“I viaggi sono i viaggiatori”

È in noi che i paesaggi hanno paesaggio. Perciò se li immagino li creo; se li creo esistono; se esistono li vedo. […] La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
Pessoa
Ho scoperto Pessoa sulla via verso Salamanca, ho viaggiato con lui, tra le pagine del libro del desasosiego, i paesaggi e il suo mare di Lisbona. E’ con le sue parole che ho iniziato a sognare il rumore del mare e i riflessi del tramonto sui muri bianchi delle case portoghesi.
Amo Pessoa, le sue parole, ma la sua filosofia non mi convince. “I viaggi sono i viaggiatori“, mi suona più come una forzatura letteraria, una licenza poetica piuttosto che il riflesso di una verità. Niente da togliere allo scrittore e al suo poetico cavallo di battaglia, ovviamente. Ma credo piuttosto che i “viaggiatori sono i viaggi”, o ancora meglio “i viaggiatori fanno (altri) viaggiatori”.
Mi spiego meglio. Se i viaggi fossero i viaggiatori, i tour operator sarebbero disoccupati, i turisti dei poeti e le compagnie aeree in bancarotta.  Seppur bello immaginare e guardare il mondo dai propri occhi, la frase di Pessoa mi sembra stridere con la realtà. I viaggiatori, quelli veri, hanno bisogno di vedere quel paesaggio, di sentirlo nella sua interezza o toccarlo, non immaginarlo.  Ciò che stimola la fantasia e l’amore per gli spazi nuovi, sconosciuti, sono gli incontri con un sombrero messicano, con un kimono giapponese, con gli zoccoli olandesi; sono quegli incontri che arricchiscono  il cuore di chi ascolta, aprono la mente a nuove culture, a nuovi spazi e insegnano sempre qualcosa, anche a vedere meglio la vita.
Il viaggio non può essere dunque un viaggio se immaginato, anche se ben descritto da un poeta. Sono le persone che incontri per la via a forgiare le altre e a dare un sapore diverso al viaggio.
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