L’altra faccia della Spagna

In this crowded world the surfer can still seek and find the perfect day, the perfect wave and be alone with the surf and his thoughts.

-John Severson –

Chi non è mai andato in Spagna almeno una volta nella vita?  la fama della movida, del sole cocente e delle tapas ha fatto in fretta il giro del mondo. Del resto quando si parla di cibo, nightlife o di donne, tutti corrono. Barcellona, Madrid, Ibiza, le mete più ambite dai villeggianti che spendono fior fior di soldi conquistati dal suo sapore latino con un aroma che sa molto di commerciale. Eppure la Spagna ha ben più da offrire della solita Paella, ormai trita e ritrita. Il surf. Se mi avessero giurato che le spiagge spagnole fossero tra le mete privilegiate dei surfisti europei, non ci avrei mai creduto o, magari, avrei pensato di trasferirmici prima.

E così la Spagna, amata per quel consumismo da fast-food, nasconde tra le sue insenature l’onda perfetta per il surfista e per il pensatore. Ed è proprio di questo che si parla, di “perfect wave”. Lasciando da parte  le riflessioni filosofiche sul senso dell’onda perfetta e del dialogo con sè stessi,  è l’incanto del mare cantabrico che attrae qui i veri appassionati del surf e del mare. Poco da rimproverarsi quindi se si è nati in Europa e non in Australia o in Nuova Zelanda. La sabbia fine e bianca di Suances, il mare increspato della baia di Santoña non hanno proprio niente da invidiare a quelle  spiagge dell’altra parte del globo, dove il nostro immaginario corre al pensiero dei giovani surfisti abbronzati. L’unica differenza tra i due emisferi non è dunque tanto la bellezza naturale, ma l’immeritata impopolarità della Spagna su cui pesa la tradizione delle tapas e della siesta.

Probabilmente se qualcuno mi chiedesse oggi di tornare indietro di qualche anno, mi immaginerei proprio lì, sulle coste cantabriche con una tavola in mano. E’ vero che l’aria di mare incanta un po’ tutti: il sole, la spiaggia, il relax, ma io ci vedo qualcosa di più profondo. Il surf, il mare e il rapporto con sè stessi, ma anche una sfida tra la natura e le proprie capacità di controllo,  di autogestirsi.

Lo ammetto. Amo il mare anche per questo: perchè è  un’arma a doppio taglio in grado di metterti alla prova ogni istante contro te stessa e contro di lui in un continuo confronto, che fa paura a tanti. Forse avere paura del mare significa avere paura di confrontarsi con le proprie capacità, paura di ascoltarsi e di sapere che non c’è nessun altro se non le proprie forze.

Il mare non cambia mai ed il suo operare,
per quanto ne parlino gli uomini, è avvolto nel mistero.

‎Joseph Conrad, “Cuore di tenebra”

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