La difficile vita di un pendolare

“E’ un venerdì d’estate come tanti altri, ed io, mi ritrovo ancora una volta sulla prima carrozza del treno per Milano. Anche oggi sono in piedi con la schiena appiccicata alla pancia di un signore sudato in giacca e cravatta, con una ventiquattrore puntata dritta dritta verso il mio ginocchio sinistro. “Accidenti, non è possibile. A giugno non è ancora partito nessuno. Bah, sarà la crisi” –  penso io, mentre provo a farmi spazio tra le borse del pranzo dei pendolari.Immagine

Fa terribilmente caldo e ho fretta di scendere dalla vettura che puzza di chiuso, di persone che sognano il mare anziché una scrivania sommersa dalle carte. Intorno a me c’è gente assonnata e svogliata, come ogni mattina. Tra uno sbadiglio della signora accanto e uno starnuto del mio vicino di gomito, mi risveglio dai miei pensieri perché la borsa vibra. – Oh no. Proprio ora. Non c’è aria nemmeno per respirare, figurati per parlare al telefono-. Faccio finta di non sentire e cerco di guardare fuori, attraverso il vetro appannato del treno. Niente. La canzone di Asaf Avidan continua insistente a suonare nel primo vagone e, come presumibile, attira gli sguardi dei miei compagni di viaggio. -Sarà mia madre, un’altra volta – penso io. Mi guardo intorno e sorrido imbarazzata. Non posso più far finta di niente, oramai ho addosso gli occhi di tutto il treno. Comincio così a frugare riluttante nella borsa. – Se non ha niente d’importante da dirmi questa volta, mi sente-. Mi cadono prima le chiavi della macchina e poi il “Metro” dopo aver pestato il piede al famoso signore incravattato dietro di me – Accidenti. Oggi non è proprio giornata-.  A stento riesco a tirare fuori il cellulare. È Sam, un compagno di Università, un amico di amici, insomma. “Sì, ciao Sam. Sono ancora in treno e la mail non l’ho ancora aperta. Che succede?”. Il battito del mio cuore accelera all’improvviso. Lo sento nelle vene, nelle tempie. Sento il rossore che mi sta affiorando sul volto. Sam riattacca ed io rimango impalata davanti alla porta con il telefono in mano. Mi volto turbata, mentre il treno ferma in una stazione della periferia di Milano. Le porte a vetri si aprono e tra spintoni e gomitate vengo travolta da un fiume di persone che sale e che scende. Ripenso alle sue parole, alla mail, alla telefonata. Respiro profondamente e cerco la copertura di rete che in quella stazione è impossibile trovare. Finalmente riesco ad accedere alla posta dell’università e apro quell’unica bustina gialla, chiusa. È il Prof che scrive a Sam, a Mattia, a me e a qualchedun altro. -Ho bisogno di te, di voi ragazzi per un progetto itinerante attraverso l’Italia. Torino, Genova, Palermo. Sarà un viaggio lungo e difficile e, speriamo, verso una conoscenza diffusa-. Conclude così, enigmatico come sempre, con le sue iniziali. Del resto si sa, lui è così e noi lo amiamo per questo: per le sue iniziative, per il suo impegno civile, per l’amore per noi giovani, ma anche per la sua poca chiarezza. Non faccio a tempo a mettere via il cellulare da occhi indiscreti, che il treno frena ancora, fischia. E’ il capolinea. Le porte si aprono ed io sono la prima della fila. Ancora una volta tra spintoni e sgambetti riesco a uscire a stento, ma ancora non capisco il significato di quelle frasi confuse. Decido di spegnere il telefono, mi giro verso gli altri e sorrido “Di qualsiasi viaggio si tratti, sicuramente sarà meglio di questo”.

Concorso Metro d’oro, 2013

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